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venerdì 12 settembre 2008
lunedì 16 giugno 2008
Mrs Carter 5a edizione: i dettagli
Giovedì 28 agosto – Domenica 31 agosto 2008
Dagnente, comune di Arona (Novara)
Relatrice: Susanna Basso (coadiuvata da Rossella Bernascone)
Autore invitato: Sujata Bhatt
Numero partecipanti previsti: 10
Totale ore: 24
Siamo felici di annunciare che sta per partire la quinta edizione del Seminario di Mrs Carter.
Come nei precedenti incontri, vorremmo rivolgerci a chi già lavora nel campo della traduzione letteraria ed editoriale. Siamo convinte, visto anche il riscontro positivo ottenuto nelle passate edizioni, dell'importanza di un appuntamento pensato per chi già ha intrapreso questo percorso, ma conserva ancora il desiderio e l'entusiasmo necessari a riflettere e discutere insieme ad alcuni colleghi, in un ambiente accogliente, di letteratura e dei molteplici aspetti e risvolti di questa professione che è croce e delizia di tutti noi.
Vi invitiamo così a questa "tre giorni" di traduzione e letteratura, e molto altro, sotto l'esperta guida di un'ottima maestra e conversatrice, Susanna Basso, di cui forse è inutile elencare le numerose traduzioni e premi. Coadiuverà Susanna Rossella Bernascone, anche lei traduttrice di lungo corso e chiara fama.
Quest'anno l'incontro verterà sulle poesie di Sujata Bhatt, una poeta nata ad Ahmedabad in India, che attualmente vive a Brema, in Germania e che nella migliore tradizione Mrs Carter sarà presente ai lavori del seminario. Per la prima volta ospitiamo un autore già pubblicato in Italia (da Donzelli, nel 2005): ci siamo concesse una deroga in nome del grande interesse della produzione di questa eccellente poeta.
Il seminario, a cui potranno partecipare 10 persone, si aprirà nel primo pomeriggio di giovedì 28 agosto e si chiuderà domenica 31 agosto, dopo pranzo.
Come sempre ci ospiterà (in 2 camere doppie e 2 triple, ciascuna con bagno privato) la pensione Arca di Noè, via Galeazzi 22, frazione Dagnente, comune di Arona, provincia di Novara, sul lago Maggiore, che provvederà anche al vitto, e che è dotata di ampia terrazza e saletta riunioni. Arona dista circa un'ora di treno da Milano e due ore circa da Torino.
Come sempre, inseriremo nel programma anche una piccola gita nei dintorni, per rendere questi tre giorni insieme ancora più piacevoli.
La quota di partecipazione, che comprende pensione completa, pernottamento e seminari, sarà di 350 euro per la camera doppia e 330 euro per la camera tripla. Le camere verranno assegnate secondo il principio del "first come, first served": nella vostra domanda di iscrizione siete pregati di specificare la vostra scelta.
Invitiamo chi si iscrive per la prima volta a inviare un breve CV a questi indirizzi (per chi ha già partecipato in passato, è sufficiente una mail di richiesta iscrizione):
ada.arduini@gmail.com
gioia.guerzoni@fastwebnet.it
L'iscrizione andrà effettuata entro e non oltre il 30 luglio 2008.
Siamo a disposizione per darvi tutte le informazioni che desiderate.
Grazie e a presto
Ada Arduini e Gioia Guerzoni
giovedì 5 giugno 2008
Mrs Carter 2008 - 5a edizione: incontro con Sujata Bhatt

Dagnente, comune di Arona (Novara)
28 agosto - 31 agosto 2008
Una anticipazione
Cari amici, habitué o meno – o forse meglio addicted – anche quest’anno siamo riuscite a ideare e organizzare un nuovo avatar di Mrs Carter. Incredibile ma vero, questo è il primo lustro di vita dei nostri incontri di lavoro corale su un testo.
La sfida era stata lanciata l’anno scorso da Susanna Basso, durante una delle nostre brevi ma intense pause caffè sulla terrazza vista lago. Perché non provare a tradurre poesia?
Nessuno dei partecipanti aveva esperienza in questo campo, ma più o meno tutti hanno accolto la sfida con entusiasmo. È un privilegio, un lusso, quello di poter lavorare sulle parole pure, senza preoccuparsi di trame, personaggi, dialoghi e registri, insomma giocare su suoni e parole.
Susanna ci ha convinto. Così abbiamo scovato una poetessa indiana, Sujata Bhatt (Il colore della solitudine) che vive in Germania e sarà felice di lavorare con noi. Susanna Basso ci guiderà con il garbo e la profondità di sempre.
A breve i dettagli organizzativi.
mercoledì 23 aprile 2008
India
Undici storie e tre fumetti per raccontare la vita delle nuove città-mostro indiane, degli avveniristici centri direzionali di Delhi e delle popolose baraccopoli di Mumbai. Luoghi di storia millenaria proiettati in un futuro ipertecnologico e iperconsumista, comunque lontano da stucchevoli esotismi e cliché bollywoodiani.
India – la terza antologia, dopo Cina e Singapore, dedicata da Isbn alla nuova Asia – raccoglie le voci di giovani scrittori, giornalisti, artisti e registi impegnati a confrontarsi con il peso della tradizione, le derive del progresso e del capitalismo, la povertà endemica, l’imposizione o l’assenza dei valori, la difficile convivenza tra le religioni. Il meglio di una generazione di «rientrati in patria» dal classico soggiorno in Occidente che ha deciso di restare e di capire.
Senza farsi abbagliare dal facile miraggio della «Shining India».
Undici scrittori, nati intorno agli anni settanta, offrono un ritratto volutamente trasversale di un subcontinente in vertiginosa mutazione. Ogni storia è accompagnata da una scheda biografica e da una breve intervista all’autore.
Altaf Tyrewala, Mridula Koshy, Tishani Doshi, Sonia Faleiro, Chandrahas Choudhury, Samrat Choudhury, Annie Zaidi, Palash Krishna Mehrotra, Anindya Roy, Smriti Nevatia e un fumetto di Sarnath Banerjee.
Eleven short stories – fiction and non-fiction – and a graphic essay to narrate the life in the new megalopolises, from the futuristic IT parks in Delhi to the seething slums in Mumbai. Millenary cities hurled in an hyper-technological, hyper-consumeristic future, far from trite exoticisms and Bollywood clichés. India – the third anthology, after China and Singapore, that Isbn devotes to the new Asia – showcases a new generation of writers, journalists, artists and directors confronting the burden of tradition, the drift of progress and capitalism, the endemic poverty, the imposition or absence of values, and the complex coexistence of religions. The best voices of a generation which, after a brief or long stint abroad, decided to go back home and represent life in the subcontinent in a manner that avoids the easy mirage of Shining India.
Eleven authors, mostly born in the Seventies, offer a deliberately transverse portrait of a country in vertiginous mutation. Every story is accompanied by a short bio and by an interview with the author. Stories by Altaf Tyrewala, Mridula Koshi, Tishani Doshi, Sonia Faleiro, Chandrahas Choudhury, Samrat Choudhury, Annie Zaidi, Palash Krishna Mehrotra, Anindya Roy, Smriti Nevatia and a graphic essay by Sarnath Banerjee.
La traduzione dei pezzi contenuti in questa antologia non ha presentato particolari problemi perché nel corso degli anni ho avuto la fortuna di tradurre parecchi autori indiani. Mi sento senza dubbio a casa con la loro scrittura, anche grazie al fatto di aver trascorso quasi tre anni in India, sommando i mesi in cui ho svernato nel subcontinente. Anzi, ho trovato molto stimolate lavorare a generi così diversi come la saggistica, la narrativa e il fumetto. Senza dubbio è stato più complicato rivestire tre ruoli contemporaneamente – lettrice/editor/traduttrice. Non sempre i tre andavano d’accordo – il traduttore non è abituato come l’editor a modificare il testo e il lettore è solitamente meno critico rispetto al traduttore – e si lanciavano in accesi dibattiti. Gli amici che mi hanno aiutato a selezionare i testi, e che ringrazio infinitamente, sono stati una salvezza sia per il progetto che per risolvere i miei dilemmi. E poi la fase dell’editing: interagire con l’autore chiedendo di apportare dei cambiamenti al testo è stato un esercizio di grande diplomazia, umiltà e delicatezza. Fondamentale instaurare un rapporto di fiducia. Sono stata fortunata: tutti gli autori dell’antologia – ne conoscevo personalmente solo un paio – sono diventati grandi amici.
sabato 6 ottobre 2007
Una traduzione di "How on under God" di Donal Mc Laughlin
Abbiamo ricevuto da Giovanni Garbellini (carteriano e traduttore, tra gli altri, di Alexander Mc Call Smith, John King, Kitty Fitzgerald e alcuni scritti sulla musica di Nick Hornby per Guanda) la versione definitiva della traduzione di "How on under God" di Donal McLaughlin, racconto su cui avevamo lavorato insieme per Mrs Carter 2006. Troviamo interessante che ci giunga proprio poco dopo il post di Giovanna, che tratta esattamente i temi e le scelte che Giovanni ha dovuto affrontare nel suo lavoro su questo testo, denso di idoletti e dialettismi. È con grande piacere che ve ne proponiamo due brani, in originale e in traduzione, selezionati proprio da Donal.
Da "How on under God"
Three years that was her, nearly, over in Scotland now. She'd still to set foot in Edinburgh but. Sometimes, back at the start, she'd thought Liam would suggest taking a run across, taking a run over in the car one day - a special treat, to cheer her up; then he'd started work but, and it had been no time before she herself had had to go in to have her youngest one. All them years she'd been reading about Edinburgh back in Derry 'n' all! Took her mind off the Troubles, it did. Fiona, her sister-in-law, had posted things across and Bridget had always thought the capital sounded lovely. She could just imagine the Gardens beneath the castle, Princes Street and all the shops, and the flower clock where couples met, aye, she thought that sounded gorgeous: the flower clock.
Fiona'd already seen it, of course. She hardly ever went but, even though it was no distance in the car. The two o them should take a trip over, she was always saying, it would get Bridget out of the house. Bridget knew that was a non-starter; that her Liam would never be happy with them two off galavanting, leaving him with the weans. She could just imagine her & Fiona on the steps down into the Gardens but: admiring the flower bed & working out the time. Knowing Fiona, she'd come away wi' "Half past a daffodil!" or "Three minutes to roses!". She was a star turn, she was. A generous soul, too, the type that would give you their last ha'penny. Aye, Paddy'd got himself a good one in her, right enough. They got on well, her and Fiona.
Paisley, but, it had to be said, was no Edinburgh. God knows what had taken them to a place called that. […]
The woman on the doorstep looked for a minute as if she thought Bridget was goney eat her, or something.
'Mrs O'Donnell?'
'Aye, - I mean eh: yes - Can I help you?'
'I'm Mrs Colquhoun, Mrs O'Donnell, Senga Colquhoun - Pleased to meet you!'
The woman held out her hand. If she was pleased, she'd a funny way of showing it. Bridget shook her hand though she was none the wiser. Maybe it was just a neighbour wanting a cup of sugar, or something.
'Pleased to meet you, too, Mrs Coo- ' It was no good: she couldn't get her tongue round it.
'Colquhoun! Do you mind if I come in for a minute, dear? I was just in with Mrs Henderson next door, and I thought I'd look in on you, too. I'm from the Council!'
Bridget's stomach went, inside her.
'There's no need to worry, Mrs O'Donnell, this is just a routine visit. We always drop in on our new tenants...'
Routine, ma arse. God forgive her and pardon her, but Bridget suspected Bitchface right away. The miserable oul bitch had reported her, had put the council on to her.
They passed the dining room on the way in. Bloody dining room: it had looked as if a bomb'd hit it. At least, she'd sorted out the junk and tidied it all last week. If this one'd seen the room in the state it was before, they'd've been in trouble now so they would've.
The navy-blue two-piece disappeared into the livingroom. Was as if she couldn't get in and out quick enough. As if she was scared of something. Did she think the house was a booby-trap, or something?
Bridget gave herself a shake and followed her. Trust Liam-bloody-Christopher not to be here when this was happening. Was the same last year when the bayleaf boys came.
'How many wee ones do you have, Mrs O'Donnell?'
What was she asking that for?
'Just the seven,' Bridget answered.
'Goodness! You don't look it - a woman your size...'
Bridget looked at the size of the woman from the council.
'And this is a three-apartment, isn't it, Mrs O'Donnell?'
'That's right - '
'Do you find you manage?'
Bridget didn't know what she was on about.
'All those children - in a three-apartment?'
'Oh, that's no problem. Sure they're grand big bedrooms and we've got bunk beds up in them,' Bridget explained.
'Do you mind if I have a look?'
Speedy Gonzales was out through the kitchen and halfway up the stairs before Bridget could say anything. Ye'd've thought a bomb was under her. Bridget was just glad she'd changed the beds and got the washing out that morning. That was ten bob she owed St Martin, even if she hadn't promised it.
'I must say: you've got the house looking lovely, dear,' the woman said when Bridget caught up with her. She was in the front bedroom, fingering the bars on one of the two cots. Least she wasn't afraid of catching something. Maybe she wouldn't be reporting her, after all.
The woman must've seen the look on her face. 'Don't worry, dear,' she whispered. 'I won't waken the wee ones! As I say, the house really is a credit to you.'
It was like showing Liam's mother round: what they said sounded like a compliment, ye couldn't be sure but whether it was or not.
da "Car Signùr"
traduzione di Giovanni Garbellini
Eh già, tre anni che stava in Scozia, ormai. Quasi tre. E a Edimburgo mica c’era ancora andata. Certe volte, all’inizio, s’era detta che prima o poi, magari, Liam le avrebbe proposto di farci una scappata in macchina: una sorpresa tutta per lei, per farla contenta. Poi, però, lui aveva trovato lavoro e di lì a poco lei era dovuta andare a partorire la piccola. Tutti quegli anni, a Derry, ne aveva letto a non finire: Edimburgo di qua, Edimburgo di là. Almeno così non ci pensava, agli scontri per le strade. Sua cognata Fiona le spediva spesso delle cose e a Bridget la capitale sembrava davvero un bel posto. Se li vedeva proprio, i giardini sotto il castello, Princes Street con tutti i negozi e l’orologio fiorito dove si davano appuntamento gli innamorati. Sì, doveva essere proprio un bijoux, l’orologio.
Fiona c’era già stata. Ovvio. Non ci tornava quasi mai, però, anche se in macchina non ci voleva niente. Ci dovevano andare insieme, glielo ripeteva sempre, così almeno Bridget metteva un po’ il naso fuori di casa. Lei lo sapeva che non se ne parlava neanche: il suo Liam non le avrebbe mica detto di andare pure in giro a divertirsi, che coi bambini ci restava lui. Ma ci si vedeva proprio: lei e Fiona che scendevano le scale verso i giardini, a guardare i fiori per cercare di capire l’ora. Fiona, conoscendola, ne avrebbe detta una delle sue: «Le margherite e mezza!» o «Le rose meno un quarto!» Che sagoma, quella ragazza! E aveva anche un gran cuore, ti avrebbe dato fino all’ultimo mezzo penny. Eh già, a Paddy con lei gli era andata di lusso, davvero. Andavano d’accordo, lei e Fiona.
Già che Paisley non era Edimburgo, a dirla proprio tutta. Sa il Signore cosa li aveva portati in un posto con quel nome. […]
Lì per lì, sulla porta, la donna aveva fatto una faccia che sembrava che Bridget se la volesse mangiare.
«La signora O’Donnell?»
«Comandi... Cioè, sì. Mi dica.»
«Sono la signora Colquhoun, signora O’Donnell, Senga Colquhoun. Piacere!»
La donna le tese la mano. Piacere, sì! Aveva un modo ben strano di dimostrarlo. Bridget gliela strinse, anche se quel nome non le diceva niente. Magari era solo una vicina che aveva finito lo zucchero.
«Piacere mio, signora Coo...» Niente: non ce la faceva proprio a pronunciarlo, quel nome.
«Colquhon! Disturbo se entro un attimino, cara? Sono appena passata dalla signora Henderson, qui accanto, e ho pensato di fare un salto anche da lei. Sono del comune!»
A Bridget s’intorcinò lo stomaco.
«Non si preoccupi, signora O’Donnell, è solo una formalità. Andiamo sempre a trovare i nuovi inquilini...»
Formalità un paio di balle. Dio la perdoni, Bridget sospettò subito della vecchia stronza. ’Sta disgraziata aveva fatto la spia, le aveva messo il comune alle costole.
Entrarono in sala da pranzo. Accidenti al cane, sembrava che ci fosse scoppiata una bomba. Almeno, però, aveva buttato via un po’ di roba e messo a posto la settimana scorsa. Se quella lì avesse visto com’era prima la stanza, sarebbero stati nei guai, ma sul serio.
Il completo blu scomparve in tinello. Faceva appena in tempo a entrare in una stanza che era già uscita, neanche avesse paura di qualcosa. Cosa credeva, che fabbricassero le bombe in casa?
Bridget si diede una mossa e le andò dietro. Quell’accidente di un Liam Christopher dell’ostia! Mai che ci fosse quando succedevano certe cose. L’anno prima, quand’erano venuti quelli del pignoramento, uguale.
«Quanti bambini ha, signora O’Donnell?»
Cosa glielo chiedeva a fare?
«Solo sette» rispose Bridget.
«Santo cielo! Chi l’avrebbe detto, una donnina come lei...»
Bridget considerò la stazza dell’assistente sociale.
«E qui ha tre camere da letto, vero, signora O’Donnell?»
«Sì.»
«Le pare di cavarsela bene?»
Bridget non capiva dove volesse andare a parare.
«Con tutti quei figli, in tre camere sole?»
«Ah, ma non c’è problema. Le camere son belle grosse, e poi c’abbiamo i letti a castello» spiegò lei.
«Le spiace se do un’occhiata?»
Quella specie di Speedy Gonzales era già uscita di cucina e arrivata a mezza scala prima che Bridget riuscisse ad aprir bocca. La bomba sembrava che ce l’avesse lei, sotto il sedere. Bridget tirò un sospiro di sollievo perché i letti li aveva rifatti, e il bucato l’aveva steso la mattina. Doveva offrire dieci sterline a San Martino, anche se non gliele aveva promesse.
«Devo ammettere che la casa è proprio in ordine, cara» disse la donna quando Bridget la raggiunse. Era nella camera matrimoniale, e con le dita toccava le sbarre di uno dei lettini. Almeno non aveva paura di prendersi qualche malattia. Magari alla fin della fiera non l’avrebbe denunciata, forse.
La donna glielo doveva aver letto in faccia. «Non si preoccupi, cara» sussurrò. «Non voglio svegliare i bambini! Come dicevo, questa casa le fa onore.»
Quando aveva fatto vedere la casa alla madre di Liam, uguale: dicevano cose che sembravano complimenti, ma se lo erano davvero o no mica si capiva.
Le deviazioni dallo standard linguistico secondo Giovanna Scocchera
Cari seminaristi e semplici lettori, la carteriana di lungo corso Giovanna Scocchera, ottima traduttrice di Amanda Davis (Mi chiedo quando ti mancherò, Terre di Mezzo, 2005), Augusten Burroughs (Correndo con le forbici in mano, Alet, 2004), Tillie Olsen (Fammi un indovinello, Giano, 2004), Alexander Masters (Stuart. Una vita al contrario, Fazi, 2007) e molti altri, ci manda alcuni appunti del seminario che ha tenuto durante le V Giornate della Traduzione Letteraria che si sono svolte a Urbino dal 28 al 30 settembre 2007. Il seminario si intitolava Le deviazioni dallo standard linguistico (inglese). Grazie Giovanna!
Introduzione
Per farci un’idea più chiara di come intendere lo standard linguistico, nel caso specifico dell’inglese, pensiamo all’equivalente orale, ovvero alla Received Pronunciation, il cosiddetto “inglese della regina”, l’inglese in teoria parlato dagli speaker televisivi, un inglese non connotato culturalmente, socialmente, geograficamente, per quel che è possibile, visto che la lingua non può prescindere da chi la usa. Pensiamo a un equivalente “scritto” di questa lingua parlata, ovvero un inglese grammaticalmente, sintatticamente, ortograficamente corretto, che non presenti scarti di registro troppo evidenti o ricorrenti, né verso il basso né verso l’alto, che non presenti infiltrazioni o contaminazioni culturali, a parte quelle già integrate nel vocabolario.
Soprattutto in questo contesto di “deviazioni” dalla norma è assurdo pensare di trovare delle “norme” per la traduzione delle “deviazioni”, quindi quelli che fornirò sono soltanto spunti, possibilità, proposte di traduzione più o meno felici e/o condivisibili.
Le deviazioni che vedremo nei testi sono di diverso tipo: sintattico-grammaticali, ortografiche, lessicali, di registro. Di volta in volta, potremo individuare quale è stato il criterio che ha guidato la traduzione, che avrà scelto di muoversi verso un approccio creativo, oppure di verosimiglianza e realismo, straniante o naturalizzante, di equivalenza formale, o di equivalenza di effetto. In altre parole vedremo a quali aspetti della lingua si è scelto di essere fedeli.
E, aggiungo io, se a questa molteplicità aggiungiamo delle “deviazioni”, ecco che il concetto di fedeltà a una “infedeltà” di fondo diventa del tutto impraticabile.
Stuart: una vita al contrario, Alexander Masters, Lain-Fazi, 2007, traduzione di Giovanna Scocchera.
Il personaggio principale parla un inglese di strada, oltre a questo però i suoi discorsi sono spesso sconnessi per via del suo modo un po’“alterato” di ragionare, non filtrato da sovrastrutture logiche e sintattiche. Assomiglia a uno stream of consciousness sotto l’effetto di sostanze psicotrope. Il suo linguaggio è connotato socialmente e culturalmente (Stuart appartiene alla working-class), parla in modo volgare ma non troppo, il registro non è particolarmente aggressivo. In questo caso mi è sembrato utile e opportuno ascoltare la voce di Stuart e coglierne l’effetto, che è quello di un eroe tragicomico ma niente affatto ridicolo. Nonostante questo personaggio abbia tutte le carte in regola per essere rifiutato, disprezzato, messo da parte, in realtà quello che ne esce è il ritratto di una persona estremamente sensibile, persino sensata, e rispettabilissima. Questa considerazione è importante anche in vista del percorso di traduzione che si vuole intraprendere. Poiché tutto il testo ruota intorno alla creazione del personaggio, che rivela sé stesso e il suo mondo non solo con le azioni ma anche molto con il linguaggio, è chiaro che la lingua che decidiamo di fargli parlare nella traduzione plasmerà a sua volta l’idea che il lettore italiano si fa di lui e quindi del libro. In questo caso direi dunque che il principio che ho scelto di seguire, oltre a quello imprescindibile della “coerenza interna”, è quello della “equivalenza di effetto”.
Nella traduzione ho scelto quindi di utilizzare elementi dello slang, della lingua parlata italiana, preferibilmente nello stesso contesto socio-economico-culturale. E per rafforzare l’idea di una “caratterizzazione” del personaggio (attenzione, “caratterizzazione” e non “caricatura”, “macchietta”), ho fatto ricorso a tic linguistici, ripetuti anche laddove non erano necessariamente presenti in inglese. Mai come in questo tipo di testi si applica la “legge di compensazione”, per cui laddove l’italiano non è incisivo quanto l’inglese, si può scegliere di aggiungere un tocco di colore in più in un punto dove nell’italiano viene naturale, anche se nell’inglese non c’è.
- diversa frequenza e ricezione della volgarità (l’incidenza delle swear words, del turpiloquio, non è uguale tra inglese e italiano, così come la percezione è diversa. Laddove può esserci un intercalare di registro basso in inglese, in italiano risulta molto volgare e pesante).
- ricorso a regionalismi e dialettismi (in questo caso, oltre ai vari dizionari di slang, cartacei e su internet e all’esperienza della lingua parlata, possono tornare utili testi del gergo giovanile/giovanilistico. Ad esempio un testo che ho usato per verificare la “non-regionalità” di certe scelte traduttive è stato Scrostati gaggio! Dizionario storico dei linguaggi giovanili, pubblicato da UTET. Ma ce ne sono sicuramente altri.
Il cielo è grigio, traduzione di Giovanna Scocchera.
La voce narrante è quella di un bambino di colore, non contemporaneo, poco istruito. Sono presenti molte deviazioni dalla norma ortografica e grammaticale.
Cosa si può fare e cosa no?
Raramente uno scarto ortografico si rende con un altro scarto ortografico. Inglese e italiano non hanno la stessa capacità di “sopportare” l’errore. Questo ha a che fare un po’ con le dinamiche delle due lingue, un po’ è una questione culturale. Se per un bambino inglese o americano è normale fare gare di spelling a scuola per indovinare la giusta grafia delle parole (questo perché non esistono regole di pronuncia fisse e quindi di ogni parola si deve conoscere l’ortografia) per un bambino italiano le parole si scrivono come si pronunciano, l’unico spauracchio sono le a con o senza h.
C’è poi una questione più culturale. Nella lingua inglese, soprattutto l’inglese americano, mi sembra che certe deviazioni dallo standard siano state “codificate” e abbiano iniziato esse stesse a costituire uno standard. Penso a forme contratte come ain’t, goin’, gonna, wanna, che sono frequentissime nella lingua delle canzoni pop, rap e non solo. Esistevano già nei testi delle canzoni jazz, che curiosamente si definiscono standard. In questo senso, in quanto codificate, è evidente che il loro peso di “deviazione” non è tanto forte come potrebbe apparire visivamente.
Un’ultima cosa da tenere presente nella traduzione di questo testo sono le deviazioni in tema di registro. Bisogna tenere presente che chi parla ha nove anni e usa parole da bambini, o a volte parole dei grandi percepite dalle orecchie dei bambini.
Ogni cosa è illuminata, Guanda, traduzione di Massimo Bocchiola.
Londonstani, Guanda, traduzione di Massimo Bocchiola, 2007.
Interessante il richiamo al glossario, che indica una volontà di mantenere l’effetto “straniante” e di educazione alla multiculturalità.
Se dobbiamo definire l’approccio alla traduzione, qui non è per niente normalizzante, si va dietro al testo con la massima creatività, forzando l’italiano, allontanandosi dalla lingua di arrivo per avvicinarsi a quella di partenza. Siamo in presenza di uno spettacolo di fuochi d’artificio. È un linguaggio costituito da una serie di trovate, di uscite a effetto.
La traduzione segue lo stesso andamento: si dà la preferenza all’aspetto creativo e all’acrobazia linguistica di ogni singola soluzione, piuttosto che optare per un linguaggio con un effetto più realistico e verosimile. Quella della traduzione può essere definita un lingua “acrilica”, di servizio, che vive nello spazio del libro e deve reinventarsi ogni volta. (Anche se in realtà, gli autori scozzesi tradotti da Bocchiola come Welsh e Kelman parlano un italiano che si presenta ormai come un “canone linguistico” della traduzione).
Nel caso dell’ibridismo linguistico creato da influenze di altre lingue e culture, la traduzione inglese-italiano presenta delle specificità a mio avviso interessanti. Da una parte c’è senz’altro una maggiore flessibilità lessicale dell’inglese, capace di creare con grande facilità neologismi, parole “meticcie” o scarti ortografici da cui far trasparire un’influenza culturale “altra”; dall’altra parte si deve tenere conto di una maggiore rigidità dell’italiano dal punto di vista lessicale, in cui ogni creazione suona più forzata rispetto all’inglese, e anche uno svantaggio “culturale” nel senso che l’italiano sembra meno incline ad assorbire nel lessico parole di altre culture che non siano quelle elitarie o comunque principali (inglese/francese/spagnolo).
Le motivazioni possono essere tante, e non sta a noi indagarle, ma sono comunque interessanti e vi accenneremo nelle conclusioni.
Il fatto che l’italiano non sia una lingua troppo “ibridata”, o almeno non da culture minori, ha a che fare con una questione di supremazia linguistica culturale? Grande integrazione degli immigrati in Italia e nell’italiano; questioni prettamente di “meccanica” della lingua; pigrizia? La curiosità mi ha spinto a leggere qualcosa di scrittori/scrittrici non nati in Italia ma residenti in Italia da diverso tempo, per vedere se la loro lingua tradiva le origini e se nella loro lingua era presente qualche invenzione o trasmigrazione come nel caso di Londonstani. Ho letto una raccolta di racconti pubblicata da Laterza dal titolo Pecore nere (forse un po’ infelice) scritti da quattro giovani donne: Gabriella Kuruvilla, Ingy Mubiayi, Igiaba Scego e Laila Wadia. Non ci sono “contaminazioni”.
Esistono studi e articoli specifici sull’argomento. Solo uno spunto: il parallelo tra Londonstani e film come East is East oppure Bend it like Beckham (Sognando Beckham), quest’ultimo ambientato proprio a Hounslow, sobborgo di Londra nella zona dell’aeroporto di Heathrow.
Nella traduzione cinematografica, rispetto a quella del testo scritto, ci sono approcci e soluzioni ancora diversi rispetto a quelli che abbiamo visto qui, perché il mezzo “voce” in confronto al “testo” presenta altri vincoli e altre libertà.

