martedì 11 settembre 2007

Mrs Carter 2007 - 4a edizione: incontro con Lynne Bryan

Dagnente, comune di Arona (Novara)
30 agosto – 2 settembre 2007

Le nove partecipanti di quest’anno (tutte donne ma solo per caso, ci piacerebbe avere anche dei traduttori tra noi) erano veterane e nuove iscritte. Tra le prime, oltre ad Ada Arduini e Gioia Guerzoni, c’erano Giovanna Scocchera, ottima traduttrice e insegnante di traduzione, Caterina Barboni e Carla Palmieri, che hanno riscoperto, dicono anche grazie a Mrs Carter, la passione per la traduzione, Liliana Schwammenthal, navigata traduttrice di “romanzi rosa”; tra le nuove Francesca Novajra, appassionata redattrice e traduttrice di letteratura per l’infanzia, Eva Milano, ispanista, che collabora con alcune riviste letterarie, Adele D'Arcangelo, ricercatrice universitaria, Elvira Grassi, che ha un’agenzia di scouting e studio redazionale, Anna Airoldi, editor di due collane di guide e libri fotografici e Irene Abigail Piccinini, esperta in cultura ebraica.
Dopo una serie di brevi presentazioni individuali, in seguito approfondite per uno scambio di consigli ed esperienze (kennedianamente Susanna ha suggerito di pensare “non solo a cosa può fare Mrs Carter per te, ma a cosa puoi fare tu per Mrs Carter”), abbiamo cercato di capire come organizzare il lavoro su un pezzo che ciascuno aveva già tradotto in prima bozza: “Sleep”, un racconto di Lynne Bryan contenuto nella raccolta
Envy at the Cheese Handout, pubblicata da Faber & Faber nel 1995.

Il primo passo è stato discuterne a fondo con l’autrice del racconto.

Dialogo con Lynne

Lynne: il libro è stato scritto quindici anni fa quando è nata mia figlia Rose. A rileggerlo ora mi sembra scritto da un mio young self. Ho sempre scritto, fin da piccola. I miei genitori non sono particolarmente istruiti, a casa non si parlava di libri. Quello che scrivevo somigliava più a un diario ed era il mio modo di esprimermi e di dire quello che in famiglia non si diceva: i miei parlavano poco. All’università ho studiato anche teatro, oltre a creative writing, ma non è stata l’esperienza che mi aspettavo. Sono stata sul punto di essere pubblicata e mi sono trovata in un mondo molto competitivo e articulate, e mi sono sentita come da piccola, con i miei genitori. Al corso di creative writing ho conosciuto Andrew, che aveva un’esperienza simile alla mia, e scriveva per capire il mondo in cui viveva. Vivevamo con il sussidio e facevamo anche altri lavori per sopravvivere. Ho iniziato a lavorare per un Womens’ project del comune, per donne e bambini vittime di violenza, e questo mi ha aperto la mente; nello stesso periodo sono rimasta incinta e ho mandato a Faber & Faber tre racconti, che sono piaciuti. La raccolta è nata in un periodo in cui stavo per diventare madre e non ero affatto sicura se mi sarebbe piaciuto o no, un periodo in cui ascoltavo storie terribili al lavoro ed ero editor di una rivista femminista. Io l’avevo pensato come un libro politico, ma non volevo calcare troppo la mano perché sapevo che l’editore non sarebbe stato interessato. Era un periodo in cui mi preoccupava molto l’idea di spartire con Andrew i doveri della vita familiare. Mi sforzavo anche di trovare una mia voce, sapevo cos’avrei voluto dire ma non sapevo come: per questo i racconti sono molto diversi tra loro. Poi ho scritto due romanzi e ho sempre dovuto combattere per dare loro una forma. L’ultimo è uscito nel 2002 e fino a poco tempo fa dovevo ancora finire il successivo: poi l’ho messo da parte e ne ho iniziato uno nuovo, in prima persona, che riesco a scrivere con grande facilità. Sono a un punto in cui riesco a far diventare più personale il generale e scrivo frasi molto più lunghe di quanto abbia fatto nei racconti, perché a quell’epoca ero nervosa e poco sicura di me: ora invece credo di avere trovato un ritmo mio.

Susanna: cosa pensi che perderai nella traduzione? Cosa vorresti invece che fosse conservato?

Lynne: sono molto attaccata alla mia prosa quando scrivo, ma quando ho finito non resto molto legata al testo. Sono molto affezionata al ritmo perché credo che sia importante: è importante che fluisca bene.

Giovanna: pensi che scriveresti “Sleep” in modo diverso, oggi?

Lynne: oggi non potrei più scriverlo. Non mi piace più ma mi rendo conto che funziona, che non è male. Probabilmente l’ho scritto nel momento giusto. Oggi sarebbe una storia totalmente diversa, più lunga. Quando l’ho consegnato, l’editor mi ha detto che trovava l’inizio molto confuso, ma non sono riuscita a cambiarlo perché quello che ho scritto era esattamente quello che mi succedeva con mia figlia Rose.
Ho avuto due agenti letterari, la prima era molto brava ma ha smesso quando ha avuto dei figli, anche la seconda è molto brava e mi ha detto che scrivo troppo poco, e troppo “inglese” per essere tradotta. Io ho riflettuto su questo e credo che sia perché il mio lavoro contiene una specie di humour inglese che è difficile da restituire. B. S. Johnson, per esempio, era un autore inglese molto popolare che non è mai stato tradotto: Jonathan Coe ha scritto la sua biografia (
Like a Fiery Elephant: The Story of B. S. Johnson, Picador, 2004) e sostiene che era troppo intrinsecamente inglese per essere esportato. Irving Welsh e James Kelman hanno una voce regionale molto distinta, io invece dal punto di vista del dialetto sono un miscuglio, quindi forse non sono abbastanza caratterizzata.

Susanna: forse il tuo inglese è più caratterizzato dall’appartenenza sociale che da quella regionale.

Lynne: è vero, è così, anche se recentemente molto meno, ma io sono nata in una famiglia della working class e si sente. Inoltre per una donna trovare una voce all’interno della working class è difficile, perché è un ambiente molto maschilista. Solo un mio racconto è stato tradotto: “A regular thing” è diventato un cortometraggio danese con sottotitoli inglesi e non sono stata consultata sulla sceneggiatura: mi hanno chiamato solo alla fine. Era un film molto elegante, l’hanno ambientato in una classe sociale superiore e l’umorismo ne è uscito un po’ appiattito. Credo che il mio umorismo nasca dal seaside postcard humour, è una cosa che appartiene alla mia infanzia e può essere un po’ forte. Questo può essere difficile da tradurre, come anche lo slang che utilizzo. Mi interessa anche molto il ritmo, leggendo a voce alta capisco se funziona: è una cosa che deriva dalla mia infanzia, quando ascoltavo parlare gli amici di mio padre. Nel mio umorismo c’è un elemento settentrionale, ma lentamente nel mio linguaggio stanno entrando anche sfumature meridionali.

La traduzione

Il lavoro del seminario si è svolto a gruppi di tre, coordinati e guidati da Susanna e Rossella, che ha fatto anche la revisione finale. Dopo aver suddiviso il racconto in quattro parti, ci siamo messe all’opera, mentre Susanna passava sorridente da un gruppo all’altro pronta a dare consigli, commentare, indirizzarci, aiutarci a capire se la nostra voce risuonava o meno. L’autrice era ben disposta a chiarire – anche con un pizzico di stupore per la precisione quasi ossessiva delle nostre domande – i punti oscuri, e le partecipanti a mettersi in discussione, a stanare sottigliezze, esprimere dubbi, scambiarsi pareri e anche complimenti. In tre giorni siamo riuscite per la prima volta a tradurre un intero racconto di una decina di pagine, a ventiquattro mani. Sembra cosa da poco, ma ascoltare e armonizzare dodici voci diverse è un’impresa delicata e complessa, che richiede due grandi direttrici d’orchestra.
Alla fine, una bella voce ha letto il racconto. Intorno, il coro è rimasto momentaneamente in silenzio e, per un lungo istante, quasi intimorito dall’orgoglio. Un applauso, il concerto a più voci è riuscito.

Le impressioni di Lynne a lavoro finito

It felt an absolute honour to have my writing translated by such a wonderful group of women. When I was invited to attend the workshop I didn’t quite know what to expect but everybody was very welcoming and very keen to make the experience a positive one. And that was how it turned out for me, although at times I admit I felt vulnerable.
Every member of the workshop – guided so ably by Susanna Basso and Rossella Bernascone –
was determined to make the translation as faithful and as truthful to the original as possible. So my story “Sleep” was prised apart. It was scrutinised carefully. I was asked many questions about my intentions – why did I choose that particular word? if my narrator is working-class then why does she occasionally use words which suggest she’s from a higher class? I had to think hard; I began to realise that although I am a careful writer and draft and redraft my work I am perhaps not careful enough!
But let’s not dwell on my insecurities. Here are some of the really valuable things I learnt from my three short days with the group:

- Compromises will have to be made. It may not be possible to keep the sense of an original piece and replicate its rhythm when translating it.

- Short, staccato English sentences don’t translate well into Italian.

- Language which arises from class rather than region is more difficult to translate, or perhaps I should say that language which is class-based but regionally non-specific (promiscuous?) is more difficult to translate.

- There are many small cultural differences between the Italians and the English, for example there are few chemists in Italy which have pharmacy counters and there are few – if any – childminders and there are no alarm clocks with luminous second hands! Tiny things which translators have to explore and “fix” in order to make their translation understandable.

It was a terrific, enlightening experience. I want to thank all of the translators for their kind attention and special thanks to Gioia and Ada for putting the event together and looking after us so well. Thank you.


Da “Sleep” di Lynne Bryan

It is 4.00 a.m. I hold baby to my chest, singing to her as I make up her formula. I am in the kitchen, leaning against the cooker. My body feels stiff. My knees ache. My head aches.
I’ve reached the desperate hour. The hour when I start to drift, when my eyelids begin to close over my eyes and a fuzzy white noise buzzes in my ears.
The dangerous hour.
The hour when I consider crushing up sedatives pinched from my work, mixing the drug into baby’s formula.
To send her into the deepest sleep, the longest sleep.
And when will she wake up? Do I imagine she will wake up? Do I want her to wake up?

My mother’s face was haunted by the sleep she never had. Huge panda rings round her eyes. A twitch in her nose. Sallow sunken cheeks. She lived her life in a twilight world. Her head was foggy. Her heart was bitter.
My father was a night watchman. He courted my mother because she was the only woman who could stay awake with him through the darkest hours. But he couldn’t bring himself to marry her. Not even when she fell with me.

Baby has nodded off.
Her face has fallen into repose. Her eyelids are shut. Her nose moves slowly, in and out like a tiny rodent’s. Her mouth blows ooos of drowsiness. I stare at her. She is fetching. I feel delirious. It makes me want to cry.
“Aren’t you a good girl?” I whisper to baby, pressing her close to my body as I turn from the moon and the stars and the purple sky.

The best thing about sleep is that moment before you drop. That luxurious thick feeling which fills your insides, and the deepening dark which rises between your eyelids and eyes, which seeps through your head.

I try to fight it.
Honestly I try.
But fighting my one true love is not my forte.
Fighting is not my forte.
Sleep is…

Dormire

Le quattro del mattino. Tengo la bambina in braccio e canticchio mentre le preparo il latte in polvere. Sono in cucina, appoggiata al fornello. Sono tutta indolenzita. Ho male alle ginocchia. Ho mal di testa.
Ho raggiunto l’ora della disperazione. Quando comincio ad andare alla deriva, mi si chiudono gli occhi e mi ronzano le orecchie.
L’ora del pericolo.
Quando mi viene in mente di sbriciolare sedativi rubati al lavoro e mescolarli al latte della bambina.
E spedirla nel sonno più profondo, nel sonno più lungo.
Ma poi, quando si sveglia? Riesco a immaginare che si svegli? Voglio che si svegli?

La faccia di mia madre era tormentata dal sonno che le era sempre mancato. Aveva enormi cerchi da panda sotto gli occhi. Guance smorte e scavate. Arricciava il naso di continuo. Viveva in un mondo di penombra. Aveva la testa annebbiata. Il cuore amaro.
Mio padre faceva il guardiano notturno. Corteggiò mia madre perché era l’unica donna capace di stare sveglia con lui nelle ore più buie. Ma non si decise mai a sposarla. Neanche quando rimase incinta di me.

La bambina si è addormentata.
Ha un’espressione distesa. Le palpebre chiuse. Il naso si muove appena, su e giù, come quello di un criceto. La bocca soffia anelli di sonno. La guardo. È adorabile. Non mi sembra vero. Mi viene voglia di piangere.
“Ma che brava che sei!” le sussurro, stringendola più forte al petto mentre volto le spalle alla luna, alle stelle e al cielo viola.

La parte migliore del dormire è quel momento prima di crollare. La sensazione ricca e palpabile che ti riempie dentro e il buio sempre più fitto che ti sale tra le palpebre e gli occhi, che ti filtra nel cervello.

Cerco di resistere.
Ci provo, sul serio.
Ma resistere al mio unico vero amore non fa per me.
Resistere non fa per me.
Dormire sì…

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